mercoledì 16 maggio 2018

LA JUVE DOMINA E FA MALE AL CALCIO...REAL BARCA BAYERN PSG ?



L'amico Paolo Conti mi sottopone l'articolo scritto dal giornalista di Repubblica, tale Angelo Carotenuto, che spiega come questo dominio bianconero in Italia sia un danno per l'intero movimento.
Ho letto l'articolo, scritto bene, ancorché demente nelle sue premesse e conclusioni. 
Purtroppo non riesco a riportarlo per intero, come faccio di consueto per sottoporre la fonte originale al giudizio dei lettori, cerco di riassumerne i passaggi principali.
Dunque, per Carotenuto l'egemonia è tipica dei paesi "sottosviluppati".
Notoriamente la Francia (Paris Saint Germain, 5 scudetti negli ultimi sei anni), la Germania (Bayern, sei scudetti di fila) e Spagna ( il Barcellona è al 4 scudetto in sei campionati) sono paesi sottosviluppati. Non vi risulta, nemmeno a me, siamo male informati. 

L'egemonia comporta il calo dell'interesse, il che potrebbe essere, quando vince sempre lo stesso. Eppure nemmeno di questo c'è la prova, anzi c'è quella opposta.
Se la gente va meno allo stadio è perché da noi gli impianti sono vecchi e scomodi. Laddove sono nuovi, accoglienti, la cosa cambia. Succede all'estero, e anche da noi.
I diritti tv sono pagati sempre più cari, e laddove il tarocco non impera anche il merchandising cresce.
Carotenuto, de che parli ? 

Ma i soldi delle  TV sono distribuiti male. Non saprei. Mi sembra normale che De Niro non prenda quanto Battiston (attore che a me piace moltissimo ma che un oscar lo può forse sognare) e almeno i diritti TV seguono criteri quali bacino di utenti e risultati, laddove i patrimoni di altre squadre sono dovuti a paperoni miliardari (sceicchi in primis) e sostegni finanziari eccezionali delle banche (Real ) o di gruppi industriali ( Bayern).  Anche la Juve un tempo fruiva dell'appoggio Fiat (da decenni quell'epoca è finita), laddove Milan e Inter hanno goduto di mecenati ora ritiratisi (Berlusconi e Moratti). Insomma, i più ricchi ci sono sempre stati e la differenza l'hanno quasi sempre fatta. Ovviamente, accanto i primi, prolifera l'invidia. In paesi di educazione più meritocratica, la cosa è meno evidente, in quelli dove il piatto egualitarismo è un valore, cambia di molto.
Ma in entrambi i casi, il calcio non muore, anzi.
L'articolo di Carotenuto ripeto è scritto bene, dicendo cose verosimili ancorché sbagliate. Bisogna essere abili e il giornalista lo è.
In un mio intervento   ( https://ultimocamerlengo.blogspot.com/2018/05/i-sette-scudetti-capitali.html) , ho ripercorso brevemente la storia di questo "dominio" e si vedrà che questo è composito. Questi sette scudetti sono diversi tra loro, con allenatori e rose differenti negli anni.
La Juve, a differenza delle grandi big europee, non ha avuto rose sempre stellari (Conte, proprio no, specie all'inizio) , e per prendere Higuain , pagando la clausola di 90 milioni (io mi sarei preso Icardi a 50/60...) , ha dovuto vendere Pogba...
Così come ha ceduto Vidal, ha lasciato partire Tevez, e prima o poi cederà Dybala.
La società è stata brava e fortunata a reinvestire. Perché non ammetterlo ?
E in sette anni, questa è la prima volta che si è tornati a sentire le litanie antiche. 
Per gli altri sei scudetti per tutti , o quasi (un po' di lagne i milanisti il primo anno, qualcosina romanisti e napoletani, ma poca roba, visti i distacchi abissali finali, le serie di record, difficilmente eguagliabili e/o superabili),  c'è stata l'ammissione generale di una superiorità societaria e tecnica da ammirare e semmai imitare.
Anche quest'anno uomini di calcio e di sport, come Di Francesco, De Rossi, Gattuso, hanno ribadito questo concetto, ma tanti altri sono tornati agli antichi costumi, e tutto per un errore arbitrale , uno, Orsato che non rifila la seconda ammonizione a Pjianic, che poteva tranquillamente essere sopperito se il Napoli non si fosse suicidato da sé. 
In conclusione, la Juve è più forte. Quest'ultima non bella, non divertente (quella di Conte lo era), ma più forte.
Bisognerebbe stacce, dicono a Roma...

martedì 15 maggio 2018

I SETTE SCUDETTI CAPITALI

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"Capitali", come i "vizi". E sì perché questo sono, per il vasto mondo antijuventino, gli scudetti vinti dalla Juventus.
Tutti.
Sembrava che, dopo il purgatorio di Calciopoli, con l'Inter di Moratti finalmente in grado di vincere titoli a iosa grazie alla penalizzazione della rivale più titolata ( e i romanisti costretti a spostare la fonte a cui abbeverare risentimento e pianto da Torino a Milano) , gli anni grigi di Blanc e Cobolli Gigli ( brave persone ma inetti di calcio), le acque si fossero un po' calmate. 
Il ritorno di un Agnelli sulla plancia di comando e l'avvento di Conte in panchina segnarono l'inizio della riscossa, e con essa, temevo, il ritorno della litania di sempre : la Juve ruba.
Non è andato così, o meglio, non subito.
C'è voluto del tempo. 

Riavvolgiamo il nastro.

Anno 2011-2012. La Juve viene da due settimi posti, esclusa dall' Europa, anche quella secondaria. Un disastro, ma l'arrivo di Conte dà entusiasmo, che si rivelerà ampiamente giustificato. Con una rosa decisamente non stellare, piena di giocatori onesti ma non eccelsi ( cito Giaccherini, Matri, Pepe Caceres, De Ceglie...) che si mettono al servizio dei pochi talentuosi (su tutti Pirlo, regalato dal Milan, e poi Vidal, a parte gli ultimi lampi di Del Piero e quelli del bravo ma discontinuo e non prolifico Vucinic) ) , protetta da una difesa, la famosa BBC (Bonucci, Barzagli e Chiellini, con naturalmente Buffon in porta) che diventerà il reparto arretrato più forte del continente per un lustro,  la Juve torna a vincere lo scudetto, superando il Milan campione di Allegri, ancora ricco di campionissimi, ancorché un po' avanti negli anni.
Nonostante le polemiche per il celeberrimo gol non visto di Muntari, la critica e il pubblico non rossonero, ammettono che la Juve di Conte, tarantolata nel ritmo e nell'aggressività, imbattuta (record, evidentemente solo eguagliabile, nei campionati a 20 squadre) per l'intera stagione, ha espresso il gioco migliore e meritato il titolo.
Da non credere.

2012-2013
La Juve di Conte continua a mangiarsi l'erba del campo, arricchita da un giovane talento, Pogba, arrivato a parametro zero dal Manchester di Fergusson, mentre il ritorno di Giovinco non porta l'auspicato aumento della prolificità delle punte. Nonostante questo, il pressing a tutto campo bianconero supplisce, e la Juve, conquistata la testa del campionato all'ottava giornata, non la mollerà più dando ben 9 punti di distacco al Napoli, secondo, e 15 al Milan, terzo. 
Anche stavolta, a parte qualche mugugno partenopeo, la gente non bianconera ammette la superiorità di Conte e dei suoi.

2013-2014
E' il terzo scudetto consecutivo di Conte, e l'anno di tanti incredibili records, primo tra tutti il punteggio finale con superamento della barriera dei 100 (saranno 102) punti in campionato.
La Roma, che Garcia ha riportato "al centro del villaggio", cerca di tenere la scia della incredibile marcia bianconera, ma resta sempre a distanza di guardia (mai meno di 8 punti) fino a fondere all'arrivo, finendo a ben 17 punti dalla primatista.  E' l'anno della consacrazione del centrocampo bianconero, con Pogba ormai titolare accanto a Pirlo e Vidal e Marchisio primo rinforzo dei tre.

In attacco arriva Tevez, e finalmente la Juve risolve il problema degli attaccanti spuntati. 
A parte il primato dei punti, la Juve realizzerà un incredibile percorso netto casalingo, vincendo TUTTE le 19 partite in casa

2014-2015
Conte se n'è andato, in modo non proprio carino, ed è arrivato Allegri.  I campioni della Juve ce la mettono tutta per dimostrare che anche senza il tarantolato condottiero sanno vincere.
La stagione non inizia benissimo, con una contestatissima vittoria allo Stadium contro la Roma, con Garcia che suona il violino in campo e annuncia in conferenza stampa che i giallorossi vinceranno il titolo. In realtà bissano il secondo posto, con lo stesso identico siderale distacco : 17 punti.
Con Allegri iniziano anche i double, vale a dire l'accoppiata scudetto Coppa Italia. Diventeranno un marchio distintivo di Max. 
La Juve arriverà anche in finale di Champions, perdendo contro le stelle del Barcellona.

2015-2016 
E' l'anno del quinto scudetto, con la Juve che raggiunge i grandissimi del passato, e avviene attraverso la più incredibile rimonta della storia bianconera e forse del calcio italiano.  Ad un terzo del campionato, la Juventus è undicesima, a - 11 dalla vetta. Nessuno crede ad una rimonta, tanto più che sono andati via tre fenomeni come Tevez, Pirlo e Vidal, e i nuovi (Dybala, Kedira, Mandzukic, Alex Sandro, Zaza) devono acclimatarsi. 
Nessuno tranne uno : il conte Max che ai suoi predica che i conti si fanno a marzo.
Sembra matto, e invece...
La Juve incasella una serie incredibile di 24 vittorie in 25 partite..., per 10 mantiene inviolata la porta (record, che naturalmente fa il paio con quello di imbattibilità di Buffon, 974 minuti, che non poteva, nella sua carriera, non appropriarsi di un simile primato) .  Nonostante la falsa partenza, la Juve alla 25 giornata agguanta la testa della classifica, per non mollarla più, finendo con  9 punti in più sul Napoli, secondo.   Stavolta nemmeno i napoletani parlano, annichiliti da una rimonta che ha zittito tutti. 

2016-2017 
Partono purtroppo Morata ("recomprato" dal Real) e, soprattutto, Pogba. Coi 150 milioni incassati, arrivano Higuain e Pjanic, oltre a Dani Alves, Benatia e la promessa croata Pjiaca. 
La Juve sarà seconda solo alla 5 giornata del campionato, poi sempre PRIMA.
Ad aprile arriva ad avere 9 punti su Roma e Napoli, sfiduciate inseguitrici.
Rallenta, in vista della finale di Champions, ma gestendo in sicurezza e alla fine il vantaggio sulla Roma seconda sarà di "soli" 4 punti ma senza che MAI, nemmeno per una settimana,   i più ciechi aficianados della Maggica abbiano sperato nella vittoria finale. 
E' il sesto scudetto di fila, la leggenda che si realizza, record assoluto. 
E anche stavolta, il mondo non bianconero tace e ammette la supremazia sotto il cielo italico.
Si consolerà con l'ennesima finale persa dai bianconeri (la nona, e anche questo è un record, però negativo), contro il Real.  

Ecco, il nastro è riavvolto, e nel ripercorrerlo mi accorgo che per la prima volta, nei miei oltre 40 anni di fede bianconera ( ho iniziato all'incirca 13 enne, prima non seguivo granché il calcio, ed ero un bambino felice) , ho vissuto una lunga stagione - dal secondo scudetto di Conte al terzo di Allegri -  di successi senza che gli anti ci accusassero di aver rubato. Una piacevole novità. 
Quest'anno si è tornati all'antico.
E' bastano non dominare, inseguire anziché stare davanti, complicarsi la vita. una volta superato il Napoli, con pareggi assurdi contro Spal e Crotone, per far rivivere i "fasti" del passato remoto : Inter Juve, Orsato che non espelle Pjianic (quindi non un gol non dato, non un rigore negato agli altri o regalato a noi,,,una mancata ammonizione...) e la Rubentus torna sulle prime pagine.
Ma se il Napoli avesse vinto le SUE partite, invece di farsi annichilire dalla Fiorentina (battuta a Firenze dal Cagliari...) e stoppare in casa dal Toro , oggi magari era primo in classifica, approfittando del pareggio della Juve contro la Roma...
Ma no, sempre meglio accusare gli altri che se stessi...

Ho scritto, e lo ripeto, che quest'anno la Juve non ha affatto brillato, anzi, mentre gli azzurri per buona parte del campionato hanno fatto vedere un bel gioco, cercando sempre di fare la partita e di andare in gol. La Juve allegriana, sparagnina nell'attaccare, ancorché abbia segnato alla fine il maggior numero di gol della serie A, molto spesso non  ha  convinto e Allegri può inquietarsi quanto vuole con i giornalisti - ma anche con i suoi tifosi - che osservano l'evidenza : la Juve NON diverte. 
"Andate al circo" replica, e non è divertente nemmeno nelle risposte. 
Però non ha rubato nulla.
La Juve ha fatto la sua strada, brutta ma continua, confidando nel rallentamento partenopeo che puntualmente c'è stato ( ho amici, che odiano la Juve, che mi rassicuravano su questo : il Napoli prima o poi frenerà... avevano ragione). 
Non è bella, ma è solida.
Il Napoli stavolta avrebbe meritato di più ? Secondo me sì, ma può parlare di scudetto semmai regalato, non rubato.
E invece no.
Si torna alle prefiche antiche.
E allora sapete che c'è ?
Questo settimo scudetto sicuramente è stato il meno bello, il meno convincente, e si poteva anche lasciare per strada.
Ma al pensiero di quei tanti, troppi, veramente troppi, animosi anti signora che per l'ennesima volta rosicano arrabbiati per l'ennesimo "furto", ebbè, allora me lo tengo stretto, anche questo "figlio" non tanto bello, e godo, felice della loro frustrazione.
A brigante, brigante e mezzo...


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giovedì 3 maggio 2018

MEGLIO RENZINO CHE DI MAIO ( E I DEMOCRISTI COMUNISTI )

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Ho avversato il Renzi arrogante e prepotente premier, padrone di un parlamento ereditato dal Porcellum. 
Ho votato NO al suo referendum, ché se avesse presentato i quesiti separatamente mi sarei regolato diversamente, distinguendo, e sono stato contento degli insuccessi elettorali successivi, fino alle elezioni del 4 marzo.
Alle politiche, confidavo invece in una tenuta del PDR, che so, un 25% simil Bersani del 2013, poco giù di lì. Perché alla fine della fiera, meglio il toscano che quelli della ditta o i vetero democristiani alla Franceschini, personaggio che disprezzo profondamente per un'opportunismo spinto oltre il pur conosciuto malcostume della politica. 
Con tutti i limiti del caso, Renzi veramente almeno un po' si avvicina ad un'idea Liberal della sinistra, clintoniana e/o blairiana, mentre gli altri sono sempre lì, a parlare solo di disuguaglianza, ti tasse da far pagare a tutti, di occupazione, senza mai suggerire ricette concrete e plausibili per realizzare il vasto programma che si propongono.
I grillini sono peggio. E non è un caso che certa sinistra tutto sommato non veda disdicevole una commistione con i pentastellati mentre Renzi si oppone con forza.
E allora DAJE RENZINO !! 
Meglio te, direbbe il mio amato Indro (Montanelli, per i giovani)

LaStampa.it


Renzi: “Il mio Pd non può essere la sesta stella dei grillini”

Guerini e Rosato in pista per sostituire il reggente tra dieci giorni

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CARLO BERTINI

Alle otto di mattina Matteo Renzi corre con le sue scarpe da jogging lungo le Cascine, auricolare iper attivo. Alle otto di sera, nella sua posizione di pendolare all’americana, corre in auto verso Firenze e commenta gasato al telefono con un senatore le dodici ore trascorse nella capitale, dopo aver vinto la prova di forza sui numeri con i «governisti». Che oggi in Direzione potranno magari strappare un ok all’operato di Martina con un voto unanime; dovendo però ingoiare pure un voto sul documento già firmato ieri da 120 membri della Direzione su 209,compresi Padoan e Calenda. Una pietra tombale su un qualsiasi accordo di governo con i grillini. 

Una debàcle strategica vista nell’ottica dell’ex segretario. Sconcertato dal veder rilanciare l’altra sera da Vespa per bocca di Piero Fassino una tesi la cui paternità Renzi attribuisce a Walter Veltroni. Di un nuovo bipolarismo, con M5S e Pd nella parte di attori di una sorta di nuovo centrosinistra, da contrapporre al centrodestra sovranista. «Ci rendiamo conto? Il Pd dovrebbe diventare una sorta di badante dei 5stelle per un nuovo centrosinistra di populisti a cinque stelle. Ma davvero pensa che noi possiamo essere la sesta stella di questi qui? Non esiste». Beninteso: il confronto a due si può fare, «in streaming però». E partendo dal presupposto che Di Maio non possa fare il premier - concetto fatto recapitare da Renzi all’interessato anche per “vie brevi” nei giorni scorsi. Con il messaggio implicito che in tal modo lui dovrebbe concedere qualcosa avendo poco o nulla in cambio, rischiando così di perdere la sua base di consenso. 

Quindi la serata porta un buio sempre più fitto sulla scena della crisi: nel Pd gira voce che Mattarella possa dare un incarico a Sabino Cassese per un esecutivo di tregua fino alle elezioni, con Di Maio confinato nel ruolo di ministro degli Esteri. Renzi, che come tutti i big è terminale dei tanti spifferi che percorrono i Palazzi, con i suoi analizza le varie ipotesi sul tappeto. Tutto il Pd, non solo quello dei suoi detrattori, direbbe sì ad un «governo delle regole», ma se fosse mai varato tale progetto con l’adesione di altri attori protagonisti, un’altra querelle scoppierebbe sulla presenza di ministri Dem nella compagine. Comunque sia, la vera questione in ballo nella diatriba interna ai Dem ruota attorno al nuovo centrosinistra con i pentastellati «che sarebbe la fine del Pd», per dirla con Renzi. E la lotta di potere nel partito ne è la cornice. 

La tesi dell’ex premier riferita dai suoi compagni di strada è che il vero regista di tutta l’operazione per puntellare Maurizio Martina, ovvero Dario Franceschini, ha finito per sortire l’effetto opposto. Se tutto va bene, il «reggente» oggi vedrà confermata la fiducia anche dai renziani, ma per una decina di giorni. Perché Renzi e Orfini pensano di convocare l’assemblea il 12 maggio e lì potrebbe compiersi la famosa resa dei conti, con due esiti possibili: o la salita al trono del Pd di Lorenzo Guerini o Ettore Rosato per il ruolo di segretario fino al congresso di là da venire; o la convocazione delle primarie a breve per scegliere il nuovo leader anticipando così le assise congressuali. 

Da giorni - così Renzi ne parlava ieri pomeriggio con i suoi - Franceschini voleva la conta per dimostrare che il perimetro della ex maggioranza è cambiato, ma il documento «pacifista» di Guerini («sì al confronto ma niente fiducia a un governo guidato da Salvini o Di Maio») porta in dote a Renzi le firme di 120 membri della direzione. E non era scontato, visto anche tra i suoi più d’uno nutriva perplessità sul metodo, come Matteo Richetti che non l’ha firmato pur essendo d’accordo nel merito. In contatto con Lotti, Guerini, Rosato e Marcucci, l’ex segretario spulcia i nomi dei 39 senatori su 53 e dei 77 deputati su 111 in calce al documento che anticipa la conta di oggi. 

Fa nulla che dall’altra parte l’abbiano preso non male, malissimo, come il sito «senzadime.it» con le «liste di proscrizione» sui favorevoli o contrari all’accordo. O che abbiano capito che il voto di fiducia a Martina di fatto lo obbligherà a non fare alcun accordo con i grillini. Per Renzi l’importante è uscire da questa Direzione avendo ribadito chi comanda e con un partito non spaccato plasticamente. Potendo dire che «non si può votare la fiducia al governo Di Maio, perché così la pensa la stragrande maggioranza della nostra base, del nostro elettorato, dei nostri gruppi parlamentari».