domenica 21 maggio 2017

SEI SCUDETTI DI FILA : JUVENTINI NON FATE L'ERRORE DI SCORDARVELI PER CARDIFF

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Ecco, è arrivato, la Juve di Andrea Agnelli ha raggiunto l'ennesimo record, stavolta però il più prestigioso di tutti : sei scudetti di fila.
A differenza della Juve degli anni 30 e del grande Toro, le squadre che in passato avevano realizzato la cinquina storica (eguagliata lo scorso anno), non c'è una formazione da imparare a memoria, né uno stesso allenatore in panchina.
Della Juve del primo, bellissimo, scudetto di Antonio Conte sono rimasti solo sei giocatori : Buffon, Barzagli, Bonucci Chiellini, Marchisio e Lichsteiner. Se ne sono andati, via via, Pirlo, Vidal, Pogba, Tevez, per parlare dei più forti, alcuni dei quali saremmo contenti fossero ancora qui, insieme a tanti altri bravi giocatori, ancorché non campioni (penso a Pepe, Giaccherini, Vucinic, Matri, Llorente, e sicuramente ne scordo diversi).
Gli allenatosi, si sa, hanno fatto staffetta : tre Conte, poi altrettanti Allegri.
La società invece è sempre stata la stessa, con Andrea Agnelli al vertice, Marotta e Paratici dirigenti e tessitori del mercato.
Come ricorda Massimiliano Nerozzi nell'articolo su La Stampa che segue, il motto agnelliano, ripreso da Jack Welk, ex patron della General Electric (non un cretino insomma), è : Cambia prima di essere costretto.
Per nulla affatto facile, ma in effetti così sta facendo, e sono certo che la Juve del prossimo anno, comunque vada a Cardiff, presenterà ancora importanti novità, a partire dalla panchina.
Ma questo è il futuro, e lascio agli juventini più ortodossi il difetto di fabbrica della casa : non fermarsi mai a gioire per un successo, per quanto sia importante, e pensare subito al prossimo traguardo.
Sicuramente è un principio che rende la Juventus diversa e più forte della concorrenza, in Italia.
Però vivere con la testa perennemente rivolta al futuro non è sano, e nemmeno giusto.
Il 3 giugno, a Cardiff, giocheremo contro una grande squadra, il Real Madrid, che ha giocatori fortissimi, e anche noi ne abbiamo, e sicuramente più abituati  a questi appuntamenti , e a vincerli. In quattro anni, questa è la terza finale che il Real raggiunge, è campione in carica, ed è la società che ha vinto più Champions nella storia : 11.
Naturalmente sarò felicissimo se vinciamo. Ma non mi dispererò in caso contrario. L'ho già fatto, quando ero più giovane ed eravamo nettamente favoriti : Amburgo e Borussia Dortmund.
Se alzeremo la Coppa, sarà triplete, bellissimo, sicuramente, ma se non accadesse dovremmo dimenticare quanto fatto in questi sei anni e in questa stagione ? Sei scudetti di fila, e negli ultimi tre anni dominio incontrastato in Italia, realizzando sempre la doppietta campionato e coppa nazionali.
E questo dominando le stagioni, con esclusione del primo anno, dove comunque arrivammo davanti all'ultimo Milan costellato di campionissimi, ancorché sul viale del tramonto, giocando meglio di tutti e non perdendo nemmeno una partita.
Ecco, tutto questo rimarrà. Come deve rimanere l'orgoglio per un traguardo così grande, sei scudetti consecutivi, mai nessuno, che ha dato un senso speciale al campionato in fondo più noioso dei sei.
Nonostante infatti alla fine vinceremo con un distacco inferiore, guardando agli anni passati (alla fine, rispetto alla Roma seconda ci divideranno solo due punti se non addirittura uno, immaginando la primavera della Juve in campo a Bologna domenica prossima) , questo è forse l'anno dove siamo stati più in controllo (oddio anche il secondo anno di Conte, con il Napoli secondo a 9 punti, fu un po' così...).
Sempre davanti, e con gli avversari già quasi rassegnati in estate, dopo l'arrivo di Higuain.
Personalmente, all'inizio io non ero tra i più tranquilli, nonostante la Juve abbia preso subito la testa, distanziando di almeno 4 punti le inseguitrici e mantenendo praticamente sempre almeno quel distacco (aumentandolo anzi in varie occasioni, tanto da potersi permettere la frenata finale, per concentrarsi sui quarti e le semifinali di Champions contro Barcellona e Monaco ).
MI sembrava che giocassimo male, e tuttora penso che la Roma di Spalletti e soprattutto il Napoli di Sarri abbiano giocato meglio a calcio, generalmente.
Oggi anche Allegri ha ammesso che ad un certo punto stavamo giocando non bene, e per questo inventò il 4-2-3-1, mettendo in campo tutti i migliori davanti : Mandzukic (mossa geniale spostarlo praticamente in mezzo al campo, recuperando finalmente i centimetri e i chili persi con Pogba) Dybala e Cuadrado dietro a Higuain. E quando il colombiano si è appannato, uno stratosferico Dani Alves al suo posto (il brasiliano era partito male ; sta finendo alla grandissima).  In questo modo la Juve ha migliorato la qualità della fase offensiva, rimanendo compatta dietro grazie al sacrificio di tutti.
Ecco, da quel momento la Juve ha dato un'impressione di forza crescente, e anche io, grazie al distacco aumentato almeno a sette punti, mi sono rasserenato.
Così, quando abbiamo pareggiato contro l'Atalanta (oddio quel gol preso al 90 non mi lasciò bene), il Toro e anche la sconfitta con la Roma (per me, juventino che vive nella Capitale,  quella è la partita che non si dovrebbe perdere MAI ) non mi hanno tolto il sonno. Bastava vincere in casa col Crotone, e siccome la nostra Perugia e il nostro Collina li abbiamo già avuti, ero sereno che oggi lo scudetto arrivasse, come è stato.
E sono molto, molto, molto contento, perché è il sesto. Ci tenevo davvero.
Un'altra cosa mi è piaciuta di questo campionato, probabilmente favorita da quella condotta di testa mai veramente insidiata : non ci sono state molte polemiche .
Si certo, quando abbiamo vinto al 97 contro il Milan si è parlato tanto, ma non in funzione del campionato, più che altro perché è "bello", per gli altri, poter rispolverare gli slogan d'antan : la juve che ruba, la Juve favorita dagli arbitri, il palazzo...  Durato poco, perché in un anno dove abbiamo avuto tre rigori tre a favore (pochini direi, senza voler fare paragoni con la Roma che ne ha avuti almeno il quadruplo), sempre davanti, sempre con vantaggi significativi, bé non c'era molto da recriminare.
Eppure qualcosa di strano, di diverso, in meglio, l'ho percepito, qui a Roma. Spalletti ha sempre riconosciuto che la Juve era più forte, che si doveva fare il massimo per avvicinarla, usando toni di grande rispetto.  E anche dopo domenica scorsa, dopo la vittoria del 3-1, addirittura le Radio romane sono state quasi pacate. Pochissimi a recriminare sui punti persi in precedenza, molti quelli che commentavano : sì, siamo stati bravi, ma la Juve era condizionata dal vantaggio rassicurante (lo scudetto era comunque certo, bastando la vittoria in casa col Crotone, come poi infatti è avvenuto) e dall'imperativo di non farsi male, in vista della finalissima di Champions.
Tutto abbastanza ovvio, ma non per i tifosi. Stavolta invece i più sono rimasti lucidi, obiettivi.
Una sorpresa, positiva.
Insomma un buon anno, che ha già portato due vittorie, questa del sesto scudetto da ricordare e da racocntare.
Comunque vada il 3 giugno.
Fatelo, amici di fede.


LaStampa.it

Crotone ko e sesto scudetto, la Juve entra nella storia

Partita mai in discussione: subito Mandzukic-Dybala, poi Alex Sandro nella ripresa

                    
Pubblicato il 21/05/2017
Ultima modifica il 21/05/2017 alle ore 19:28
    
Sei sono gli scudetti consecutivi della Juve, come mai era successo in Italia. Ma sei è anche un verbo, che indica l’essenza di un club e di una squadra, per la quale i titolisti hanno ormai saccheggiato il vocabolario: Juve sei unica, epica, leggendaria. L’ultima cronaca dello Stadium - 3-0 al Crotone, con gol di Mandzukic, Dybala e Alex Sandro - varca subito il confine della Storia. Dopo la Coppa Italia, mercoledì, ecco dunque lo scudetto, per un’accoppiata che solo il sogno del Triplete oscura. Invece, è già un’impresa, questo ciclo diventato dinastia: dai tre scudetti di Conte alla tripletta di Allegri, il tutto sotto il Governo di Andrea Agnelli. Che ripartì da un settimo posto, e da 95 milioni di rosso a bilancio, ed ha finito per fare dell’albo d’oro un album di famiglia. In attesa di giocarsi la seconda finale di Champions, nelle ultime tre stagioni. Insomma, c’era di che festeggiare, allo Stadium. 
 
BASTA IL PRIMO TEMPO  
Con la Roma risalita a meno uno, la Juve doveva battere il Crotone, e così è stato. Senza ansia, ma secondo il senso logico che accompagna le grandi squadre. E’ stata una vittoria da manuale del calcio, nel suo corso, inesorabile e letale: rete di Mandzukic, tagliando sul secondo palo, nel cuore dell’area, raddoppio di Dybala su punizione, con parabola imprendibile, dai venti metri abbondanti. Da lì in poi c’è stata qualche altra occasione, la presenza ordinata e dignitosa del Crotone, il posizionamento degli steward a bordo campo, i cori della curva. Tanto, agli occhi dei campioni, non c’era spazio per brutte sorprese, si andava con il pilota automatico: questa Juve è stata la più forte per 37 giornate (manca l’ultima, inutile, domenica a Bologna), ancor prima per cervello e nervi che per tecnica e tattica. Ha perso qualche sfida, a San Siro, due volte, ha preso brutti schiaffi, nella Genova rossoblù e a Firenze, ma non ha mai smarrito la testa: in senso figurato e letterale, cioè la calma e la classifica. 
 
DA AGNELLI AD ALLEGRI  
Questo è lo scudetto di una squadra che è sempre stata padrona del proprio destino, che ha saputo cambiare, anche radicalmente, grazie a un allenatore ormai diventato uno dei migliori al mondo. Ed è lo scudetto di Agnelli, dell’ad Beppe Marotta, del ds Fabio Paratici, della società insomma. Perché la Juve, che sette anni fa non partiva certo in prima fila, per rosa e per bilancio, ha saputo costruire e poi cambiare, anche quando le cose andavano bene, benissimo. Basti ricordare il centrocampo della finale di Berlino (Marchisio, Pirlo, Pogba, Vidal), di cui non v’è quasi più traccia. Altri giocatori, altre scommesse, altre certezze. In fondo, la vita e lo sport, sono una questione di tempismo, come ripeteva l’ex boss di General Electric, Jack Welck, che Andrea Agnelli citò: «Cambia, prima di essere costretto a farlo». Anche per questo, adesso si contano sei scudetti.

 

 
   
 

venerdì 19 maggio 2017

ANCELOTTI SU CARDIFF : LA JUVE PIU' SOLIDA, IL REAL PIU' QUALITA'

Risultati immagini per pullman inter barcellona davanti alla porta

I miei amici di fede bianconera mi rimproverano la mia tiepidezza nei confronti dell'attuale mister bianconero, Massimiliano Allegri, che pure in tre anni ha vinto tanto, centrando traguardi importanti, comunque vadano questi ultimi 15 giorni della stagione.  Con lui infatti la Juve ha vinto tre coppe Italia consecutive, tris storico, due scudetti (con rimonta incredibile lo scorso anno, quando ad un terzo della stagione eravamo forse decimi ! ) , ad un passetto dal terzo che sarebbe anche il sesto consecutivo (altro record assoluto, e ben più prestigioso dell'altro citato) e due finali di Champions League.
Se anche non si centrasse il famoso triplete, un palmares fantastico.
Non c'è dubbio.  Si tratta di fatti, non di opinioni.
Opinabile invece è il modo in cui la squadra gioca, e a me, in genere, la Juve di Allegri non piace troppo.  Ci sono spezzoni di partite - quasi mai intere - in cui si vedono cose egregie, per velocità, intensità, qualità delle giocate, ma, appunto, si tratta di momenti, anche prolungati, ma contingentati.
L'uomo è molto ragioniere, questa la sensazione, probabilmente anche a ragione : se non ci si amministrasse non si arriverebbe alla fine dell'anno competitivi su tutti i fronti. Eppure altre squadre, in passato, sono state più "generose" nel darsi, riuscendo a vincere nonostante il più gravoso dispendio di energie : parlo di Barcellona, Real Madrid e Bayern, che hanno realizzato accoppiate e anche triplette prestigiose (scudetto e Champions, a volte aggiungendo la Coppa nazionale) senza staccare praticamente mai il piede dall'acceleratore. L'Inter di Mourinho è invece l'altro esempio, quello "ragionieristico". Gli interisti sono giustamente felici del triplete del 2010, gli altri ricordano il furto al Barcellona (a parte il pullman davanti alla porta nerazzurra al Camp Nou, rimasto nell' aneddotica calcistica Risultati immagini per pullman inter barcellona davanti alla porta) e il mezzo al Bayern in finale, così come il campionato prima dominato, poi "gestito" in modo precario, tanto da essere scavalcati dalla Roma a poche giornate dalla fine, e alla fine riacciuffato non senza polemiche (more solito, i romanisti parlano di furto, ma questo lo fanno sempre quando perdono).
Insomma, nessuno si è lucidato gli occhi guardando quella Inter, e solo i suoi tifosi se la ricordano.
Mentre il Barcellona di Messi, Xavi, Iniesta ce lo ricordiamo tutti, così come il Real di Ronaldo, Ramos, Marcelo, Modric...
Il mio Mister preferito, i lettori lo sanno, è e resta Carlo Ancelotti, uno senza dogmi tattici, che si adegua alla rosa che si trova, convinto che gli uomini che ne fanno parte "fanno i giocatori, non sono giocatori, ma persone".
E sull'esonero (molti juventini dovrebbero abbassare la testa contriti per la demente avversione che gli votarono per due anni) della Juve " è un'esperienza, come col Real. Nessun rancore, l'esonero fa parte della carriera"
Solo per frasi come queste, è il numero 1.
Ma non solo.
Di seguito, la lunga e bella intervista sul Corriere della Sera al neo vincitore della Bundesliga (che si va ad aggiungere ai tanti titoli vinti in altre quattro nazioni : Italia, Inghilterra, Francia e Spagna !).


Ancelotti: «Le squadre che vincono sono quelle col fatturato più alto»

«I giocatori “fanno” i giocatori, non “sono” giocatori.

La Juve può vincere il triplete, lo vorrei per Buffon. Il Bayern col Real ha subito un’ingiustizia, serve la Var»

  
Carlo Ancelotti (Reuters)
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«Ma lo sa quante squadre hanno fatto il triplete? Il Bayern nel 2013, l’Inter nel 2010, il Barcellona due volte e poche altre. È un’impresa, ma la Juve è messa bene: la Coppa Italia era uno snodo delicato e l’ha superato di slancio».
Ancelotti vince la Bundesliga: una carriera all’insegna dei trionfi
Vittoria in Bundesliga con il Bayern
Carlo Ancelotti, lei di trofei se ne intende: con la Bundesliga vinta alla guida del Bayern Monaco, ne ha conquistati 19 in 5 Paesi diversi. Questo le ispira un po’ di grandeur?
«Diciamo che non ho trovato squadre scarse: Milan, Chelsea, Psg, Real, Bayern. Ma comunque mi inorgoglisce, anche perché quando sono andato via dall’Italia avevo un po’ di preoccupazione: io in vacanza all’estero volevo sempre tornare a casa prima possibile... E invece sono ancora qui: il calcio ormai è universale».
C’è ancora qualcosa che le dà un brivido nel suo lavoro?
«Mi sveglio sempre con la voglia di andare al campo e preparare qualcosa per poi vederla realizzata alla domenica: è la cosa più bella. Non mi vedrei ad allenare tre giorni al mese, come in una Nazionale».
Ha superato le 1.000 panchine. Quando ha iniziato lo avrebbe mai immaginato?
«Mai. Dopo un Pescara-Reggiana 4-1 ho detto al mio assistente: “Ho deciso, smetto”. Lui mi ha risposto, “sei matto, tieni duro”. Ho tenuto duro».
Vincere qui cosa ha di diverso?
«La Bundesliga era l’obiettivo minimo, ma la soddisfazione c’è. Domani mi fanno il bagno con la birra e forse canterò pure. Certo c’è il rammarico per come sono andate le due coppe, in particolare la Champions».
L’eliminazione col Real ai quarti è stata un trauma?
«È stata un’ingiustizia. Nella storia rimarrà che il Real ha battuto il Bayern. E basta. Ma quello che è successo a Madrid al ritorno lo hanno visto tutti. E non è stato qualcosa di normale. Mettiamo la Var, perché è necessaria».
Juve-Real con che spirito la guarderà?
«Con grande interesse, simpatizzando per chi giocherà meglio. La Juve per me è soprattutto Buffon, che è stato un mio giocatore: la vittoria sarebbe il coronamento di una carriera stratosferica. E Andrea Agnelli era un ragazzo quando c’ero io: la Juve con lui è tornata ad essere un modello, grazie anche allo stadio».
Se pensa al Real pensa a Ronaldo?
«Non solo: Ramos, Modric, Marcelo, Benzema e altri. Mi sono trovato molto bene con i giocatori e forse ho pagato proprio questo».
Zidane l’ha sorpresa?
«Per niente. È intelligente e conosce benissimo il calcio».
Lei, Allegri, Zizou: si dice che siate soprattutto dei «gestori», quasi in modo dispregiativo. Che ne pensa?
«Tutti gestiscono una squadra, poi ci sono quelli che danno un’identità tattica molto ben definita e creano una tendenza, come Guardiola».
Conta di più il rapporto con la squadra?
«La chiave è creare un’idea di gioco in base alle caratteristiche dei giocatori e convincerli a seguirla. È un problema di coinvolgimento, non di imposizione. Io sono sempre stato accusato di buonismo, ma non è quello il punto: la questione è di aver a che fare con delle persone, non con dei bambini».
Il Bayern cambierà molto?
«Nessuna rivoluzione, il gruppo è molto solido. Smettono Lahm e Alonso, ma i giovani crescono».
Il mercato italiano lo guardate?
«Certo: quanto è la clausola di Belotti? Ecco, il mercato è caro dappertutto. E in Italia stanno uscendo giocatori di qualità, anche per il prossimo Mondiale: Verratti è maturato, come Insigne. È uscito Gagliardini e la difesa è sempre granitica».
A proposito di difesa: nella Juve si è creata «un’alchimia speciale» come l’ha definita Chiellini. Può portare al Triplete?
«Sì. È un sistema di gioco che si può sviluppare solo per il sacrificio dei giocatori e questo spinge tutti a dare di più, un po’ come il mio Milan dei trequartisti. Devo dire che Mandzukic per me è qualcosa di sorprendente: tenace lo è sempre stato, però è diventato tatticamente perfetto».
L’altro lato della medaglia può essere una convinzione eccessiva, come se il Real fosse un avversario qualsiasi?
«È impossibile sottovalutare il Real. Non so chi la spunterà, ma sarà molto equilibrata. Le due squadre si assomigliano come idea di gioco: forse gli spagnoli hanno più qualità e la Juve più solidità».
È d’accordo con Allegri quando dice che l’allenatore migliore è quello che fa meno danni?
«Sì. I danni li puoi fare se porti un’idea di gioco di cui sei convinto solo tu».
L’ha sorpresa di più il trionfo di Conte al Chelsea o la difficoltà di Guardiola al City?
«Quando sposi Guardiola non sposi un risultato, ma un’idea, una filosofia. Quindi devi andare avanti. Conte ha fatto il miracolo, perché è riuscito a motivare una squadra, cambiandone completamente la filosofia e passando ai 3 difensori. La sua forza è quella di essere convincente».
Per le milanesi-cinesi è stato un altro anno deludente. Che idea si è fatto?
«Il Milan non è partito per vincere il campionato, mentre l’Inter ha fatto investimenti importanti. E ha deluso».
Il Milan senza Berlusconi che effetto le fa?
«Mi fa pensare che tutte le cose hanno un inizio e una fine: anche il miglior presidente nella storia rossonera. Mi auguro che i nuovi abbiano le potenzialità per riportare in alto il Milan e per farlo servono i soldi: le idee contano, ma sei vuoi Higuain e non hai i soldi, come lo prendi?”.
Senza le milanesi ad alto livello la Juve vincerà ancora a lungo?
«Le squadre che vincono sono quelle col fatturato più alto, di lì non si scappa».
La Champions ha detto qualcosa di nuovo?
«C’è stata più qualità offensiva generale, nessun difensivismo esasperato. Neanche dell’Atletico Madrid».
Chi è la sorpresa?
«Mbappé. E Dybala, se lo consideriamo una sorpresa».
Un consiglio a Totti?
«La cosa migliore è che non siano gli altri a dirti di smettere. Se lui si sente di continuare lo faccia: può andare da un’altra parte, come fece Del Piero».
La Juve per lei è una ferita?
«No, è un’esperienza, come il Real: non ho rancori, credo che l’esonero faccia parte della carriera».
Sulla sua panchina c’è una data di scadenza?
«Non ho alcuna intenzione di smettere finché mi diverto: guardavo Ferguson a 2000 panchine e pensavo che fosse un mostro, ma il calcio fa provare emozioni uniche. E cambia in continuazione. Per questo aver giocato ti serve relativamente: rispetto a 20 anni fa è tutto diverso».
Il suo segreto qual è?«Avere cura delle persone. I giocatori “fanno” i giocatori non “sono” giocatori. Sono persone».
Che fa, cita Sartre?
«No, guardi io sono anche un po’ ignorante, ma la realtà è questa. Piuttosto, con l’esperienza vedo che gioisco meno per i momenti belli e soffro di più per quelli difficili. È strano e non so perché. Ma è così».
Quindi dopo gli errori dell’arbitro Kassai col Real ha sofferto il doppio: esiste un peso politico delle squadre?
«No. Esistono arbitri bravi e meno bravi. Tutti possono sbagliare, ma non così, a questi livelli. L’arbitro di Juve-Real è di Monaco e non ci arbitra mai: una volta ha fatto un errore entrato nella storia, ma è uno che sbaglia molto poco».
Perché Zidane fa giocare così poco Morata?
«Perché Benzema è il miglior centravanti per giocare con Ronaldo».
La Juve non vince la Champions da 21 anni: è un handicap o uno stimolo?
«Una statistica. Quel che conta è il coraggio che serve in queste partite, per dimostrare tutte le tue qualità».
Lei dove la vedrà la finale?
«In ferie, a Vancouver. Saranno le 11.45 del mattino. Poi cucinerò: in quello sì che sono davvero bravo».

IL PROBLEMA DELLE INTERCETTAZIONI ?? QUANDO C'ERA "LUI" IL PROBLEMA NON SI PONEVA !

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Quando c'era LUI, e ormai con questa espressione non si intende più il Duce, sia perché lontanissimo nel tempo, sia perché soppiantato, nell'immaginario comune di certe persone - un po' paranoiche a dire il vero - , nel ruolo di male assoluto dal Cavaliere Silvio Berlusconi, per la sinistra il problema delle intercettazioni non c'era. Il bersaglio era il nemico, e tanto bastava per difenderle a spada tratta. 
Ha ragione da vendere Napolitano quando parla oggi di ipocrisia, rivolgendosi ai politici in generale, ma a quelli del PD in particolare, figli della sinistra - centro di allora, ancorché poi magari nemmeno ha del tutto torto Orfini nel replicare che nemmeno il presidente della Repubblica in carica, ai tempi, mostrò particolare attenzione al problema. Napolitano chiaramente si è offeso - e capirai, gli succedeva e gli succede ogni due per tre - e aspetta le scuse (meglio non trattenere il respiro nel frattempo...) , ma Orfini non è che sposta così l'accusa, semplicemente la estende.
Non appassionandomi le trasmissioni - che giudico spazzatura - tipo Quarto Grado, e Chi l'ha visto o Porta a Porta quando si mettono a fare i processi in tv, figuriamoci se mi scaldo per i dialoghi tra renzino padre e figlio, con le mille dietrologie che ne sono seguite. Semmai mi compiaccio divertito a leggere che le procure di Roma e Napoli litigano, con imbarazzo serio del CSM...
Ehhh, a volte anche tra cani ci si mozzica...
Dopodiché condivido per la maggior parte le considerazioni di scorato buon senso di Antonio Polito, oggi nell'editoriale del Corriere della Sera, ben sapendo che si tratta di parole al vento.
Ieri, per civilizzare il sistema, c'era da superare l'opposizione della sinistra alleata della magistratura contro il Cavaliere, oggi ci sono i giacobini manettari degli ortotteri.
Che fine volete che faccia lo Stato di Diritto ?


Tribunali e intercettazioniil doppio processo italiano

La parte più consapevole della magistratura ha proposto correttivi e talvolta li ha addirittura messi in pratica con forme di auto-regolamentazione, come ha fatto la procura di Roma da tempo. E dove questo è accaduto, il miglioramento c’è stato

Un disegno di Conc
   
Perché da anni non si riesce a correggere ciò che tutti criticano nel sistema della intercettazioni, e cioè gli abusi, le violazioni della privacy, le fughe di notizie? E perché un disegno di legge sulla giustizia penale presentato dal governo Renzi, che potrebbe aprire la strada a una parziale riforma, langue da quasi tre anni in Parlamento?

 
Di solito la colpa di questi ritardi si dà ai partiti. Però non saremmo onesti se omettessimo un particolare decisivo: il sistema delle intercettazioni regge com’è, chiunque sia al governo, perché le intercettazioni sono popolari, e i partiti di solito non fanno cose impopolari. Meno che mai Renzi adesso, proprio mentre intercettano lui, e in tempi già pre-elettorali: il che fa temere che anche per questa legislatura non se ne faccia niente.

Perché sono popolari le intercettazioni? Forse è questo il punto da discutere. Lo sono perché in molti casi vengono considerate l’unica sanzione possibile per i potenti. La crisi della giustizia italiana, la sua lentezza, la capacità di ottenere la prescrizione degli imputati eccellenti, rendono sempre più rare le sentenze, specialmente nel campo delle inchieste sui cosiddetti “colletti bianchi”. Gli italiani hanno capito che difficilmente, e chissà quando, il processo farà giustizia e la pena sarà certa. Dunque accettano, e purtroppo talvolta sollecitano, una giustizia più sommaria.
L’intercettazione, con il carico di ambiguità di una conversazione privata trascritta su un brogliaccio (e con i frequenti travisamenti, omissioni ed errori di trascrizione), si presta perfettamente alla bisogna, anche perché consente sentenze immediate nell’opinione pubblica, nel giro di qualche settimana, mentre il processo si avvia con le sue pachidermiche movenze.
Quanto ai politici, preferiscono colpirsi reciprocamente e a turno con il brogliaccio disponibile, aizzando così il pubblico, invece che educarlo alle regole dello stato di diritto, per le quali un indagato non è un imputato, un imputato non è un condannato, e un condannato non è un colpevole fino a sentenza definitiva.
Si sta aprendo così un divario molto ampio e pericoloso tra la giustizia dei tribunali e quella dell’opinione pubblica.
E non soltanto perché le sentenze talvolta scagionano personaggi già condannati in piazza, magari costretti alle dimissioni o alla gogna, senza poterli però risarcire. Ma anche per la sensazione di confusione, di incertezza, di pesi e misure diverse tra le procure, che si sta diffondendo e che non giova certo alla giustizia.
Prendiamo il caso della telefonata di Tiziano Renzi. La procura di Roma, che lo indaga, ha dichiarato che quella intercettazione, richiesta invece dalla procura di Napoli, non è utilizzabile nel processo che lo riguarda. Ma quella stessa intercettazione è utilizzabile eccome, e anzi utilizzata, e anzi utilissima, nel processo in corso nell’opinione pubblica nei confronti del cosiddetto Giglio Magico. E a riprova dell’ambiguità insita in questi spezzoni di conversazione trascritti, viene brandita contemporaneamente come prova a discolpa da parte di chi difende i Renzi, e a carico da parte di chi li accusa.
Siamo ormai fuori anche da quello che un tempo si chiamava «circuito mediatico-giudiziario», perché ci sono brandelli di indagine che vivono vite diverse e separate nel «giudiziario» e nel «mediatico», come rette parallele che non sono destinate mai a incontrarsi.
Clamoroso il caso della presunta intercettazione in cui Berlusconi avrebbe dato giudizi irriverenti sulla signora Merkel, noti ormai a tutto il mondo e tradotti in tutte le lingue ma mai apparsi in un qualsiasi atto.
 
Questo andazzo è pericoloso innanzitutto per il processo penale, per la sua credibilità e la sua centralità. La parte più consapevole della magistratura lo sa benissimo, ed è per questo che ha proposto correttivi e talvolta li ha addirittura messi in pratica con forme di auto-regolamentazione, come ha fatto la procura di Roma da tempo. E dove questo è accaduto, il miglioramento c’è stato.
Non resta che trasformare al più presto quelle regole di buon senso in norma giuridica valida per tutti. Ma ancor più importante è affrontare nel profondo le cause della caduta di credibilità del nostro sistema giudiziario, se vogliamo convincere l’opinione pubblica che si può avere giustizia anche senza lo spettacolo.
La cosa più inutile e puerile sarebbe, nell’epoca di Wikileaks, cercare di alzare una diga a valle, senza chiudere il rubinetto a monte, punendo cioè la pubblicazione invece che frenando la diffusione degli atti di indagine. In tutto il mondo i giornalisti cercano e pubblicano informazioni riservate o segrete, è il loro mestiere.
Ma in nessun altro Paese circola una tale mole di carte giudiziarie segrete o riservate. E questo non potrebbe accadere senza la complicità o la negligenza di qualche investigatore e di qualche magistrato, troppo spesso a caccia di popolarità.